– Sai cosa?
– Cosa.
– È che scrivi benissimo, mi piace molto il tuo modo di comunicare, sia come contenuti che come stile, ma scrivi cose troppo lunghe.
– Lunghe.
– Troppo lunghe sì. Mi fa sempre fatica leggerli, scrivi dei cazzo di papiri.
– Papiri.
– Sì, dovresti scrivere cose più brevi.
– Brevi.
– Eh, brevi.
– Ma sono post da mezza pagina di Word…
– Lunghi, troppo lunghi li scrivi sti post.

Troppo lunghi.
Viviamo nell’era dei tweet, dei mordi e fuggi, del lettino singolo, dei posti stretti su Ryanair, dei panini del mc ad 1 euro, degli spot su spotify da 10 secondi, delle foto-foto-copia su Instagram.
Leggere tanto annoia, un’immagine è più semplice, una frase di un rigo e mezzo e devi sapermi dire tutto, sennò mi sono già bello e rotto le palle.
Viviamo in una società che ci ha educati a preferire i libri da colorare, rispetto a quelli pieni di parole.

Io però non ci sto.
Non ci riesco a rassegnarmi ad un mondo in 130 caratteri, che si sta sempre più trasformando in un contenitore pieno di freddure, frasi sarcastiche e ironia vacua.
In 130 caratteri ci entra il comico,
ci entra il vaffanculo,
ci entra la domanda all’esame orale,
ci entra lo slogan da manifesto,
ci entra il populismo spicciolo,
ci entra la benedizione a fine cerimonia,
ci entrano i grandi poeti che raccontano l’universo in 4 parole.

Ma sono menti per me inarrivabili, il mio talento nella scrittura non è grande né poetico, non è comico né politico, non è religioso né invettivo.
Continuerò dunque a remare sulla barca di chi ama le riflessioni articolate, i pensieri espressi a braccia larghe, le cene lunghe, i viaggi comodi e i letti matrimoniali.
Io con le parole devo farci l’amore,
ogni volta che tocco una tastiera o una penna per me non inizia un post,
inizia un amplesso. E voglio che sia sempre da applausi,
preliminari lunghi, 20 posizioni, orgasmo per entrambi, coccole, sigaretta e solletico sul collo.

I libri pieni di immagini e i 130 caratteri li lascio a chi è capace,
a me le sveltine non sono mai piaciute.

Evviva i post lunghi.
Evviva chi ci crede ancora.
Evviva chi ha ancora voglia di leggerli.
Evviva chi ha la pazienza di emozionarsi.

 

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