Mi sento spesso un immigrato, qui in Svizzera.
Ci sono tanti italiani, ormai ci sto da tanto tempo
ma continuo inevitabilmente a sentirmi un immigrato.
Mi capita in diverse occasioni, soprattutto quando sono costretto a chiamare i miei genitori per dirgli:
– No, purtroppo quest’estate non scenderò.
Mi capita poi di stare male, sapendo che dietro il loro “non fa niente” si nasconde un abisso di dolore e di aspettative infrante.

Ed è proprio in questi momenti
che penso al mio paese.
Penso a tutti i politici e ai molti connazionali che lottano ogni giorno, si sbattono come pazzi per alzare muri, affondare barche e rimandare a casa gli altri, senza mai neanche pensare a come riportare a casa noi. “Prima gli italiani”, non si fa altro che dire questo. Eppure dall’Italia vanno via più più persone di quante ne arrivino, spesso per cause di forza maggiore, senza che nessuno se ne accorga più di tanto.  Li osservo alzare muri, seminare filo spinato e chiudere le porte, e mi chiedo se si fermino mai a pensare a quanti di noi si trovano dall’altra parte. Perché di italiani come loro, di italiani come me, dall’altra parte di quel muro, ce ne sono tantissimi.
Con le stesse paure di chi in Italia arriva,
con le stesse paure di un meridionale al nord,
con le stesse difficoltà, le stesse mancanze
e la stessa dolorosissima nostalgia di casa.

Perché immigrati ed emigrati sono la stessa cosa,
cambia una lettera e il punto da cui si guarda.
Ma fa male uguale, credetemi.

 

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